::: TRE RIFUGI VALPELLICE - SKY MARATHON TRANSFRONTALIERA :::
Edizione Italiana Edition française
La storia

La nascita

        Era il 1972 quando un manipolo di soci della sezione CAI UGET Torre Pellice pensò di mettere in piedi una manifestazione di corsa in montagna, allora “marcia alpina” che, uno dopo l’altro, toccasse i rifugi di proprietà della sezione. Fu così che oltre quaranta coppie inaugurarono un percorso che avrebbe dovuto “sopportare” negli anni a seguire migliaia di partecipanti suddivisi in trentatré edizioni.
 

Le misurazioni

        La lunghezza fu stimata in trenta km, passati alcuni anni sorsero dubbi sulla stessa, fu quindi abbassata, sempre stimandola, a venticinque.  Ormai il tarlo era in azione e la curiosità portò all’effettuazione della prima misurazione ufficiale con strumentazione poco attendibile, la ruota
anteriore di una bici munita di un contachilometri meccanico di tecnologia postbellica. Risultato 23,7 km. questa divenne la distanza ufficiale fino ad un’era più recente quando fu rimisurata con la rotella metrica, la quale indicò 21,8 km.
 

Il dislivello

        Quel che rimase immutato nel tempo fu, ovviamente, il dislivello, i suoi 1650 mt in salita ed altrettanti in discesa, per anni collocarono la  “Tre Rifugi” fra le gare più dure.
 

La logistica

        Il rifugio Willy Jervis alla conca del Pra è stato il protagonista di partenze ed arrivi della gara, tranne che negli anni dal 1977 al 1981, quando fu sostituito dal rifugio Barbara Lowrie, causa: un terribile incendio che lo distrusse nell’inverno 1976.
 

Le donne

        Nel 1980 la gara, a gran richiesta, fu aperta alla partecipazione femminile, fino allora esclusa. Il sesso debole (ma chi l’ha detto?) dimostrò, se mai fosse stato necessario, che la “Tre rifugi” era ampiamente alla loro portata.

Record di iscritti

       Nel 1981 l’edizione del decennale, si verificò la partecipazione più numerosa con più di 160 coppie iscritte.
 

Personaggi 

        Fra i personaggi di spicco che hanno iscritto il nome nell’albo d’oro vogliamo ricordare il portacolori del C.S. Forestale Claudio Galeazzi, nazionale di corsa in montagna, nel 1991 vinse stabilendo il tempo record, finora imbattuto, con 2h 2’ 14”, quel giorno staccò di due minuti Dario Viale già vincitore di un’edizione dell’Himalaya Marathon.
        Altro bel personaggio, peraltro ancora ottimamente in attività, risponde al nome di Marco Olmo, classe 1948, dominatore di edizioni della Desert Marathon in Giordania e della Marathon des sables. Recente trionfatore nell’Ultra Trail del Bianco, vincitore nell’edizione 1998 della “Tre rifugi”.
 

Formule

        La “Tre rifugi” è stata disputata con formule diverse: fino al 1988 a cronometro per coppie d’atleti, di seguito fino al 1995 individuale con partenza in linea, il 1996 vide concludersi il primo ciclo con la 25° edizione, corsa per l’occasione con la formula con cui era nata.
 

La ripresa

        Una pausa di quattro anni risvegliò, nell’ambito della sezione CAI, il desiderio di proporla, con alterne fortune e formule si è giunti ai giorni nostri.
 

La novità

        L'edizione 2009, la 34a della serie, vede la trasformazione della manifestazione in una competizione con la formula delle due distanze denominate: Sky Race e Sky Marathon. L'inserimento di un tratto di percorso, il quale porta i corridori a transitatare in territorio francese nel Parc Régional du Queyras, arricchisce il programma.  
 
una nuova Tre Rifugi della Val Pellice Transfrontaliera da correre su percorsi fascinosi    
 
la storia continua………
   
 

La prima "Transfrontaliera"

     Ci eravamo lasciati con un "...la storia continua", siamo lieti di poterlo ribadire, dopo il successo della prima edizione Transfrontaliera corsa nel 2009. Non ci siamo posti traguardi bellicosi, ma bensì un procedere discreto alla ricerca di uno standard ottimale, limando gli spigoli e semplificando la gestione operativa. 

 

 

 

 

 

 

       Abbiamo ancora negli occhi l'immagine del piazzale di Villanova la mattina del 12 Luglio scorso, quando centosessantasette "fuori di testa", scattavano al via di un'avventura per lo più ignota. Lungo la pista sterrata che sale al Pra ecco, quasi subito, il formarsi di un serpentone colorato via via sempre più magro e sempre più lungo. Percorsi due km e mezzo, le prime rampe del sentiero che porta al colle Boucie riportavano alla realtà i baldanzosi corridori. L'alpeggio di Crosenna mai si era trovato ad ospitare un così nutrito passaggio di genere umano,  il suono dei campanacci delle mandrie e dei greggi creava un magico sottofondo, lenitivo della fatica che in alcuni cominciava ad affiorare.  

    I ventiquattro eterni tornanti che portano al traverso che precede la conca di Crosennetta, sicuramente acuivano la capacità dei singoli ad estraniarsi dalla realtà ed evitare l'insorgere sicuro del magone. A risvegliare il serpentone ecco l'aria discendente dal colle Bòine, il desiderio d'indossare almeno una T-shirt la dice lunga sulla temperatura precipitata a livelli di frigidaire. Ma niente paura, l'arrampicata nel canale che porta al Boucie, con le sue pendenze da vertigini, non solo riscaldava i corpi dei malcapitati, ma generava in essi attimi di mistica venerazione ed oblio, appena scalfite dalle pozioni magiche distribuite dai volenterosi (e volontari) in attesa al bivacco Soardi del CAI di Torre. Non ancora del tutti rinsaviti, pochi si saranno resi conto di espatriare. Il panorama, data la splendida giornata era idilliaco, ma la discesa che si apriva loro innanzi non l'avrebbero scambiata neppure in caso di orrenda tempesta.

    Gli amici di Valpreveyre aspettavano la carovana con tavoli imbanditi da ogni sorta di leccornie, sotto il controllo di Riton con i colleghi dell'Office du Tourisme d'Abries, Jaques si divideva fra l'assistenza ai "transfughi numerati" e la fornitissima cucina da campo abbinata alla sua tenda (presente da giugno a settembre nell'area del camping comunale) nella quale stava preparando pietanze di cui si sarebbero allietati anche i nostri dell'organizzazione, giunti fin là per coadiuvare i cugini d'oltralpe. 

    Tutto bene, ora il programma indicava il rientro in patria, e fin qui nulla da eccepire, salvo ripensarci quando s'incontra il segnavia che indicava il colle dell'Urina, la punta a freccia dello stesso indica il sentiero il quale, senza rispetto alcuno, riproponeva leggi di gravità e dintorni. A quota duemiladue il vallone si apriva in vista del colle, è vero, spianava un pochino, ma a quel punto era di poca importanza, i muscoli non avrebbero riconosciuto neanche un'eventuale discesa.

    A proposito di discesa, giunti al colle, ciò si presentava agli intrepidi, di sicuro rincuorava gli amanti dello sci spericolato, non un centimetro di terreno scoperto, solamente un toboga bianco sporco smosso di cui non si individuava la fine, caratteristici i massi che dopo essere rotolati lungo i fianchi del vallone, si manifestavano in tutto il loro precario e magico equilibrio. 

     Gioia per alcuni, dramma per altri, specie se calzati con scarpettine da maratona stradale come il simpatico concorrente romano al quale cercavo di inculcare i primi rudimenti della corsa-scivolata, ma con scarsi risultati.

     Il comparire del rifugio W. Jervis dall'altura seguente la zona delle Barricate, era, a seconda delle condizioni psicofisiche del soggetto, uno sprone  per cercare di guadagnare ancora due secondi accelerando, oppure un rilassamento (non un rallentamento sennò si era fermi) della specie "tanto ormai è lì...prima o poi ci arrivo". 

     Il rif. W. Jervis visto dai "fachiri" della Marathon non rappresentava altro che la possibilità di approfittare di un ristoro fornito da cui attingere il carburante necessario alla "scatto finale" degli ultimi ventuno km ed ottocento metri con “l'ormai” esiguo dislivello di milleseicentocinquanta metri in salita ed altrettanti in discesa. Sicuramente per loro era quasi una rottura il doversi fermare un attimo per sgranocchiare qualcosa, ma consapevoli della presenza di un numeroso pubblico plaudente, non si negavano per un attimo per poi ripartire a tutta birra con l'intento di recuperare quanto prima il terreno perso e nel caso non fosse riuscito loro, pronti nello scalare nei commenti post gara, quegli attimi dalle otto ore ed un quarto (tempo esempio) impiegate a coprire la distanza.    

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
          


Ultimo aggiornamento pagina: 16/06/2010 20.18.00


 

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